Mantenere la quota del colesterolo cattivo LDL sotto 70 fa bene al cuore

L’impiego di evolocumab, inibitore del PCSK9, è efficace quando le terapie di base non permettono di raggiungere valori raccomandati dalle linee guida internazionali.

 Milano, 19 dicembre 2018 – Livelli eccessivi di colesterolo cattivo (LDL) possono innescare il processo di aterosclerosi (ispessimento e ostruzioni delle arterie) causando nel tempo la formazione di vere e proprie placche che ostacolano il flusso del sangue fino a bloccarlo del tutto. In base a dove si sviluppano, queste ostruzioni possono causare infarto o ictus1.

Chi ha avuto un evento cardiovascolare, ha un rischio maggiore di incorrere in uno o più eventi successivi, se il livello di colesterolo non rimane sotto un determinato livello.

Le linee guida internazionalifissano questo livello (ndr “target”)  a 70mg/dl, che deve essere raggiunto con l’impiego delle statine e, se necessario, aggiungendo alla statina una terapia non statinica  (come lezetimibe).


Non tutti i pazienti raggiungono però i risultati raccomandati con le terapie tradizionali. L’ipercolesterolemia (livelli di colesterolo cattivo LDL oltre i parametri raccomandati) che ne può derivare rappresenta quindi un fattore di rischio importante.

 

In questi casi, un aiuto efficace è rappresentato dall’impiego di una nuova classe di farmaci, gli inibitori di PCSK9, tra cui evolocumab.

Riuscire a mantenere un livello di colesterolo <70mg/d è un obiettivo fondamentale; se le terapie tradizionali non funzionano o funzionano in parte, non deve esserci rassegnazione da parte del paziente o del medico. Recentemente si sono resi disponibili gli inibitori di PCSK9, farmaci innovativi che si somministrano per via sottocutanea ogni 15 giorni.  Il loro impiego si è dimostrato efficace nel ridurre i livelli di colesterolo cattivo, oltre ad avere un ottimo profilo di sicurezza. – Afferma Pasquale Perrone Filardi Presidente eletto SIC (Società Italiana di Cardiologia), Direttore della Scuola di Specializzazione in Malattie dell’Apparato Cardiovascolare, Università “Federico II” di Napoli, a margine del Congresso Nazionale conclusosi oggi – Inoltre recenti studi hanno evidenziato come il ricorso a questi farmaci riduca l’incidenza di eventi cardiovascolari importanti come l’ictus e l’infarto.”

Grazie alla disponibilità degli inibitori di PCKS9, oggi è possibile intervenire con piani terapeutici integrati che lo specialista dovrebbe sempre valutare ogni qualvolta il quadro clinico lo richieda.